L’illusione di Obama

Per J. D. Foster, membro dell’ufficio budget della Casa Bianca negli anni di Bush, la mano che Obama tende ai repubblicani sul rilancio dell’occupazione “it’s a joke”. Uno scherzo che non fa ridere affatto questo friedmaniano che dopo una vita passata fra il Congresso e la Casa Bianca è diventato analista della Heritage Foundation, il think tank di riferimento per i policy maker conservatori. Leggi Ci vorrebbe un Obama
14 AGO 20
Immagine di L’illusione di Obama
New York. Per J. D. Foster, membro dell’ufficio budget della Casa Bianca negli anni di Bush, la mano che Obama tende ai repubblicani sul rilancio dell’occupazione “it’s a joke”. Uno scherzo che non fa ridere affatto questo friedmaniano che dopo una vita passata fra il Congresso e la Casa Bianca è diventato analista della Heritage Foundation, il think tank di riferimento per i policy maker conservatori. Al Foglio dice che con il discorso di Obama sul mercato del lavoro “il governo sta cercando di fare la parte del settore privato. Si tratta di una creazione artificiale, una finzione per illudersi e illudere che lo stato possa creare posti di lavoro. Ma senza un settore privato in salute quest’operazione si trasforma in un disastro, come hanno già dimostrato tre anni di politica dello stimolo”. Però nel piano del presidente ci sono anche estensioni a tagli fiscali in vigore e alleggerimenti per le imprese: dopo mesi di battaglie feroci, persino lo speaker della Camera, John Boehner, ha mostrato qualche timido segno di apprezzamento. Obama sta tornando sui suoi passi? “Non direi – spiega Foster – lo giudico più che altro uno strumento politico. Obama è attaccato da sinistra per aver stimolato troppo poco l’economia e da destra per averla stimolata invano. Non è nella posizione politica per insistere su una ricetta precisa, quindi cerca il compromesso. Il problema però è nel merito: le policy di Washington falliscono perché pretendono di sostituire un settore privato in crisi con un surrogato di politica economica”.

Il ritorno della disoccupazione oltre il 9 per cento e gli “zero” posti di lavoro creati nel mese di agosto hanno rinfocolato la guerra ideologica fra keynesiani e liberisti, con l’ala intransigente del progressismo (Paul Krugman su tutti) che guida la rivolta antiobamiana dicendo che pompare denaro nel sistema era una buona idea, ma è stata applicata con poco rigore. “I keynesiani hanno fallito – dice Foster – e il loro modello non ha nulla da dire. L’idea di stimolare la crescita aumentando il deficit ha mostrato tutti i suoi limiti in questi anni. Il modello di Keynes non funziona perché non tiene conto del mercato finanziario e del fatto che ogni volta che il governo s’indebita sta in realtà prendendo denaro in prestito dai privati. Siccome i keynesiani non possono ammettere che le loro idee non spiegano la realtà, dicono che è stato applicato troppo poco, che il governo avrebbe dovuto spendere di più. Ma è semplicemente falso”. E la famosa “banca delle infrastrutture” di cui Obama parla da mesi per creare posti “shovel ready”, ossia immediati? “Questa è un’assurdità: lo stesso Keynes diceva che puntare sulle infrastrutture per rilanciare l’occupazione è miope”.
“Per avviare i cantieri di ponti, strade e ferrovie – dice Foster – ci vuole tempo. Il Congresso deve approvare le leggi, ci vogliono i permessi, il piano regolatore, l’autorizzazione dei cittadini, altro che shovel ready”. Alcuni analisti dicono che la disoccupazione rimarrà su questi livelli per molti anni; un fatto di ciclo economico prima ancora che di ricette politiche. Foster è d’accordo soltanto in parte: “Se la strada fosse libera da ostacoli credo che nel giro di un anno potrebbe riprendere un po’ di velocità e dunque l’occupazione risalirebbe, anche se a un ritmo strutturalmente più lento. Il problema è che la strada è piena di ostacoli: il primo è la riforma sanitaria di Obama. Poi vengono la crisi dell’Europa e la competizione cinese”.

Cosa dovrebbe fare dunque il governo per creare posti di lavoro? “Non occuparsi del problema nei termini di un intervento diretto – dice Tad DeHaven, economista del libertario Cato Institute – ma accettare il fatto che l’economia riparte soltanto quando il settore privato è in grado di funzionare. Stimolare significa di fatto imbrigliare chi può trainare il mercato del lavoro. Il taglio delle tasse per le aziende può certamente aiutare, ma Obama, come tutti a Washington, soffre di una miopia economica, una specie di fissazione per il breve periodo, mentre l’economia funziona a cicli. Il problema è che le decisioni di politica economica seguono i tempi elettorali, mentre dovrebbero liberarsi da questo fardello”. Quanto del discorso di Obama è da leggere come un messaggio elettorale? “Circa il cento per cento”, dice DeHaven. “Il fatto è che bisognerebbe rendersi conto che Washington è fatta di uomini. Al governo ci sono persone, non santi, stregoni o maghi con la bacchetta magica che risolvono problemi maturati in anni e decenni con un discorso. Basta propinare la solita minestra riscaldata in prime time per risolvere i problemi? Certo che no. La cosa positiva, se non altro, è che aiuterà la gente a rendersi conto che il modello dello stimolo è fallito”.